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Occhi neri e sari bianco…

In quinta elementare mi chiesero di preparare una “ricerca” su un continente a mia scelta ed io predilessi l’Asia, perché quel vasto territorio mi dava un vero senso di libertà. In terza superiore mi fecero una richiesta simile ed io scelsi l’India, perché senza conoscerla ed ignorando le mie motivazioni ne ero già innamorata. Quando lessi la prima volta “Autobiografia di uno yogi” ritrovai tutti miei pensieri e le mie credenze e mi riconobbi nella cultura induista, come se per me non si fosse mai sciolto il legame con quella società ed i suoi punti di vista. Da quel momento fu Amore…

Pochi anni dopo, meditando in un pomeriggio di sole, sentii dentro me “Ora sei pronta”: due giorni stavo acquistando un biglietto aereo per Bombay (o Mumbay, come la chiamano ora).

Nei due giorni precedenti la partenza ero in uno strano stato di eccitazione e non riuscivo a dormire; fatta la valigia (perché a quei tempi non sapevo ancora come si girovagasse in India) mi preparai ed aspettai con impazienza le sei del mattino per raggiungere l’aeroporto. Check-in, passaporto alla mano e un grande fervore nella testa.

Volo Air India, intorno a me tante splendide ed affascinanti persone. Mi sembrava di conoscerle tutte. La mia lettura era ininterrotta ed era inframmezzata solo dall’attenzione che davo spesso a ciò che vedevo fuori dal finestrino. Venne la notte, o meglio l’incontro nel cielo tra occidente ed oriente, e poi le luci si spensero. Io ero l’unica che non dormiva. Mi sembrava di essere drogata, e forse lo ero. Di India. Poco prima dell’atterraggio le donne andarono in bagno a cambiarsi, per togliersi di dosso quei vestiti troppo occidentali per il ritorno in terra madre, e ne uscirono tante meravigliose creature colorate e svolazzanti nei loro Sari e Panjam… Io ero rapita. Ed ancora più eccitata.

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Quando l’aereo toccò il suolo della pista d’atterraggio scoppiai irrefrenabilmente in un pianto liberatorio e tsunamico, senza controllo e senza vergogna. Nessuno si stupì, e capii perché nei viaggi successivi; è normale amare l’India in maniera viscerale, e manifestare con lo strabordìo del cuore quell’amore è la cosa più “ovvia” che si possa fare. Se si ama l’India. E l’India o si ama o si odia. Ero tornata a casa!

Il resto è storia…un mese e mezzo di stupore e riconoscimenti, incontri, sensazioni, sapori ed emozioni incredibili, come tutto era intorno a me d’altronde…ma sempre tutto così normale, così…familiare.
Era normale conoscere una famiglia ed essere invitata nella loro casa come un’ospite prezioso (!!), era normale che vivessero sotto un telo di nylon tra il fiume in secca e la terra asciutta, che non avessero nemmeno il cibo per loro, né una stuoia su cui dormire, ma che mi offrissero il chai e mi coccolassero facendomi le carezze sulle mani. Era normale che io divenissi la madrina di Joti, la bimba neonata figlia di Adalakshmi, e che imparassi con loro ad indossare il Sari. Era normale fare giorni di silenzio e cucinare insieme a uomini e donne nelle cucine fumose e sporche del villaggio. Era normale mangiare con le mani ed imparare le mie prime parole di Hindi seduta in un prato con i bambini dell’Andra Pradesh. Era tutto normale, come un ricordo più che una scoperta…
Arrivò anche il Monsone ed io non potrò mai dimenticare quella gioia intensa ed apparentemente irrazionale che mi spinse a correre sotto le cascate d’acqua che provenivano dal cielo, ridendo e danzando insieme agli altri miei…amici.
All’alba i corvi indiani cantavano, insieme alle donne che si preparavano per la Puja, ed io con loro, prima tra i muri delle case e poi nel fiume, per le abluzioni mattutine.

Chiara Pavan

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